lunedì 30 marzo 2020

HENRI BERGSON


La vita


Henri Bergson nasce a Parigi nel 1859 e decide di laurearsi in filosofia e matematica. Dal 1881 al 1900 assume l’incarico di professore ad un liceo di Angers, prima, e a Clermont-Ferrand poi. Dopo l’esperienza a scuola, Bergsoncomincia ad insegnare filosofia moderna al College de France di Parigi, ma non tenne mai nessun corso Sorbona per via delle sue idee, ben poco in linea con l’indirizzo filosofico dominante.

La personalità e la notorietà del filosofo riescono ad imporsi anche fuori dagli ambienti accademici e le sue lezioni e conferenze venivano spesso seguite da un pubblico vasto e variegato. La prosa accattivante e gli scritti, ricchi di metafore e descrizioni, gli fanno guadagnare, nel 1928, il Nobel per la letteratura

Muore nel 1941 a Parigi, mentre la città è occupata dalle truppe naziste. Le sue origini ebraiche gli avevano fatto conoscere e provare la crudeltà delle leggi razziali e delle persecuzioni antisemite; ciononostante, grazie alla sua età molto avanzata e alla fama, i nazisti utilizzarono nei suoi riguardi i “guanti di velluto”, anche se il filosofo rifiutò sino all’ultimo qualunque privilegio concessogli.



Il pensiero

Tra le sue maggiori opere ricordiamo: Materia e memoria (1896), il suo capolavoro L’evoluzione creatrice (1907) e Le due fonti della morale e della religione (1932).

Il filosofo rifiuta l’idea che l’unica forma di conoscenza della realtà sia quella scientifica. 
Bergson viene considerato il più grande rappresentante dello spiritualismo francese

Tale corrente filosofica, infatti:

  • Invita a concentrarsi sulla interiorità degli individui, sullo “spirito”, sulla coscienza, a una realtà diversa e non assimilabile a quella dominata dallo studio dei fatti naturali;
  • Riconosce alla filosofia il peculiare compito di indagare tale realtà, differenziandosi dal metodo e dall’oggetto proprio della scienza.

Per il filosofo, il limite proprio della scienza è considerare il tempo come qualcosa di: 

- "Spazializzato”: ovvero come una successione di momenti distanti l’uno dall’altro, misurabili, tutti uguali;

- "Reversibile": ovvero come qualcosa che si può ripresentare uguale a se stesso (per esempio negli esperimenti scientifici).


Il tempo della scienza  è molto diverso dal tempo della vita, ovvero da ciò che percepiamo attraverso la nostra coscienza. Quest’ultimo è infatti:

- Fatto di momenti che non potranno mai più ripresentarsi (irreversibili);

- Fatto di momenti qualitativamente diversi l'uno dall' altro;

- Continuo: è uno scorrere senza sosta e un sovrapporsi di eventi del passato, presente e futuro.

Il tempo della coscienza per Bergson è, dunque, quello della durata, in cui non è possibile distinguere e isolare nessun momento dall’altro e ogni cosa è allo stesso tempo un prodotto del passato e nuova.

Quello che siamo, pensiamo e facciamo è ciò che ci caratterizza e che dipende dal nostro passato, dal presente e da come immaginiamo il nostro futuro

L’uomo, a differenza dei fenomeni naturali, nella sua vita spirituale è libero di determinarsi da sé. Tale impostazione è evidente anche nella differenza che Bergson rintraccia tra memoria, ricordo e percezione.

- Memoriaè la conservazione integrale del nostro passato ad un livello inconscio;

- Ricordo: è un’immagine con cui il nostro cervello recupera una parte della nostra memoria in vista dell’azione.

- Percezione è quella facoltà che ci permette di selezionare i dati che traiamo dal mondo esterno 







Nell’opera L’evoluzione creatriceil filosofo vuole mostrare la realtà come unica e, soprattutto, come interamente dominata dalla “durata”. 

La vita, sia quella biologica sia quella spirituale, deriva da un’unica forza che lui chiama “energia vitale” che in modo assolutamente libero e imprevedibile, si espande in tutto l’universo e dà origine a tutto ciò che esiste.

Nel processo evolutivo gli uomini e gli animali hanno affinato, rispettivamente, l’intelligenza (da cui deriva la scienza) e l’istinto.

Soltanto attraverso il recupero dell’istinto (e attraverso l’intuito) l’uomo è in grado di comprendere il movimento e il flusso continuo della vita.


giovedì 26 marzo 2020

SOREN KIERKEGAARD



LA VITA

Søren Kierkegaard (1813-1855), nato a Copenaghen, in una famiglia numerosa mostrò fin dall’adolescenza, segnata dalla sofferenza, un carattere riflessivo, introverso e malinconico. Altro elemento indispensabile per comprendere il pensiero di Kierkegaard è la sua elevata religiosità, contrassegnata soprattutto dal dramma della crocifissione e dalla frequentazione di concetti come quelli di dolore e di peccato. 

Per quanto riguarda la sua formazione, Kierkegaard ascoltò, nel 1841 a Berlino, le lezioni di Schelling da cui fu dapprima colpito positivamente, per poi restarne deluso. Nello stesso anno pubblica “Sul concetto di ironia” (1841) mentre negli anni successivi continua la sua attività di intellettuale, con articoli divulgativi e saggi filosofici quali Aut-aut (1843), “Timore e tremore” (1843), Il concetto dell’angoscia (1844) La malattia mortale”. 

Questi ultimi anni, sempre poveri di eventi esteriori di rilievo, furono contrassegnati da un’aspra polemica sullo statuto della cristianità, intrattenuta con le gerarchie della chiesa luterana danese, e causarono alla personalità di Kierkegaard, estremamente sensibile, grandi sofferenze.


IL PENSIERO

Il pensiero soggettivo di Kierkegaard è il pensiero del concreto esistente, che nulla ha a che vedere con la ragione trascendentale kantiana o con la ragione astratta hegeliana; un pensiero che è infinitamente più interessato all’esistenza stessa, con i suoi fatti concreti e la sua drammaticità che neanche la Cristianità stabilita è in grado di cogliere.

Contro la dialettica hegeliana che è sintesi degli opposti e che impone all’esistenza universale e collettiva una cammino necessario, Kierkegaard  difende la possibilità di scelte libere tra alternative inconciliabili. 
È questo, in sintesi, il significato dell’espressione aut-aut, la scelta che deve essere continuamente affrontata da ogni individuo che, a fronte della sua libertà personale, non può delegarla o demandarla ad altri. Questa scelta personale diviene necessaria per affrontare gli stadi dell’esistenza e per passare, in modo libero e volontario, da uno all’altro di essi. 

Kierkegaard distingue:


  • Lo stadio estetico dove l’uomo vive sempre e solo nel momento, nella pura particolarità: è lo stadio della sensibilità e del rifiuto di tutto ciò che è impegnativo, ripetitivo, serio. La vita dell’esteta è contrassegnata dalla ricerca di sensazioni sempre nuove, dall’idolatria dell’instante e dal rifiuto di ogni legame stabile, sia affettivo che sociale. La figura che esemplica al meglio lo stadio estetico è quella di Don Giovanni, seduttore che passa da una donna all’altra senza mai legarsi e senza alcuna prospettiva.

  • Lo stadio etico è connotato da stabilità e ripetitività, come ben dimostra la figura simbolo del matrimonio: qui l’uomo si sottopone a una regola e a un impegno costante nel tempo, scegliendo l’universale. La verità di sé e della propria vita, la possibilità di guardarsi davvero come un io è ottenibile solo attraverso il pentimento, l’ultimo passaggio della vita etica, dove l’uomo si pone di fronte a un Dio personale rivelatosi in Cristo, incontro questo che gli consente di passare allo stadio successivo.

  • Lo stadio religioso trova la propria rappresentazione più pregnante nella figura di Abramo, disposto a sacrificare il figlio Isacco. In questo stadio l’uomo affronta il proprio io e gli aspetti di esso – l’angoscia e la disperazione – che finora non era stato in grado di capire e risolvere. L’uomo ha qui la possibilità di decidersi per il “salto della fede”, una scelta richiesta dal Dio della rivelazione cristiana e che è al di là della ragione, come ben dimostra il caso di Abramo.



In “Aut-aut” Kierkegaard considera l’angoscia come un sentimento strutturale in ogni essere umano dal momento che il suo modo di conoscere è essenzialmente sospeso nei confronti del futuro: mentre Dio del futuro sa tutto e gli animali nulla, l’uomo vive l’indeterminatezza del futuro, guarda al futuro in quanto indeterminato ed è qui che sorge l’angoscia, un sentimento che ha sempre un oggetto indeterminato, a differenza della paura. 

Ne “La malattia mortale” è invece la disperazione ad essere compiutamente tematizzata come incapacità dell’uomo di accettare sé stesso, come condizione in cui l’uomo dispera di sé stesso. Mentre la natura umana consta, nella sua complessità, di differenti fattori in constante dialettica, gli uomini sono preda della disperazione perché, incapaci di accettare tutti questi fattori, rinunciano ad essere completamente sé stessi, puntando sul solo fattore che riescono a controllare meglio.

Solo attraverso il Cristianesimo l’uomo riesce a guardare alla verità di sé stesso in tutta la sua complessità. Abbracciando il Cristianesimo l’uomo riesce a superare l’angoscia, dal momento che nessun evento contingente futuro, per quanto negativo, riuscirà a sottrarre all’uomo un bene eterno al quale è possibile accedere solo attraverso un atto di libera scelta, attraverso l’accettazione della libertà umana che nessun evento contingente futuro può mettere in discussione.  


FRIEDRICH NIETZSCHE



LA VITA

Friedrich Wilhelm Nietzsche nacque a Rocken, vicino Lipsia, nel 1844, figlio di un pastore protestante. A soli cinque anni perse il padre e visse, da allora, con la madre e la sorella senza riuscire mai a guadagnare un rapporto sereno con loro. 
A soli 24 anni divenne professore di lingua e letteratura greca presso l’Università svizzera di Basilea, ma la sua salute era cagionevole e, colpito da frequenti attacchi di emicrania e disturbi alla vista, abbandonò la cattedra per iniziare il suo pellegrinaggio per le città della Francia, della Svizzera e dell’Italia alla ricerca di una serenità che non riuscì mai a raggiungere. 
Pubblicò a sue spese i suoi ultimi lavori e si trasferì per un breve periodo a Torino, dove sopraggiunse un disagio psichico importante. Venne trascinato da un amico in una clinica per malattie nervose in Svizzera e trascorse gli ultimi anni della sua vita con la sorella, immerso nella completa follia. Morì a Weimar nel 1900, mentre la sua fama cominciò a crescere sempre più senza che lui potesse, però, rendersene conto.     


IL PENSIERO

Il pensiero di Friedrich Nietzsche è complesso e si può dividere in 4 fasi:

  1. La fase giovanile: dove domina l’interesse e l’ammirazione per il filosofo Schopenhauer e il musicista Wagner.
  2. La fase intermedia: dove avviene il ripudio dei precedenti ispiratori e prevale un approccio di tipo “scientifico” che comprende Umano, troppo umano (1878-1880) e La gaia scienza (1882).
  3. La fase di Zarathustra con l’opera Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno
  4. La fase finale, che comprende gli scritti degli ultimi anni tra cui Genealogia della morale (1887) ed Ecce homo (1888).


1) Nella sua prima fase, Friedrich Nietzsche vuole celebrare il trionfo della vita e la sua accettazione più totale e completa. Davanti alla crudeltà, alla sofferenza, all’incertezza dell’esistenza, Nietzsche decide di essere un discepolo di Dioniso, il dio dell’ebbrezza che incarna le passioni del mondo e che si contrappone ad Apollo, dio dell'ordine e della razionalità.

2) Nella seconda fase della sua filosofia, Nietzsche è mosso dal proposito di liberare la mente degli uomini da un “errore” fondamentale: la metafisica. La critica a quest’ultima disciplina filosofica si concretizza nella nota espressione della “morte di Dio”.

Secondo NietzscheDio è “la nostra più lunga menzogna”, è la personificazione di tutte le varie certezze morali, religiose attraverso cui l’umanità ha dato un senso rassicurante al caos della vita. È l’essenza di tutte le credenze create dall’uomo, dai tempi dei tempi, per far fronte alla paura dell’assenza di logicità e di qualcosa di benefico che guida la vita.

Con l’espressione "Dio è morto", Nietzsche intende la fine delle certezze che hanno guidato gli uomini per millenni. La morte di Dio non è un evento compiuto, bensì è in corso ed è annunciato dal cosiddetto “uomo folle” (il filosofo) mentre il resto dell’umanità non ne è ancora pienamente consapevole. 

3) La terza fase della filosofia di Friedrich Nietzsche si apre dunque con le alternative che si aprono con la morte di Dio: l’avvento dell’ “ultimo uomo” o del “superuomo”. 
Il superuomo è un concetto filosofico che si colloca nel futuro: corrisponde all’idea di un uomo nuovo, oltre e diverso da ciò che conosciamo.


l superuomo di Nietzsche incarna un modello in cui si condensano e trovano rappresentazione tutti i temi della sua filosofia. 

Le caratteristiche che possiede, infatti, sono: 

  • Accetta la dimensione dionisiaca dell'esistenza e rimane fedele “alla terra” e al corpo.
  • Si colloca nella prospettiva dell'eterno ritorno dell' uguale: vive la viva come se tutto dovesse ripetersi e non cerca il senso dell'esistenza in un “altro” mondo.
  • Si realizza come nuova fonte di valori e significati.
  • Si pone come “volontà di potenza”: vive la sua vita come un continuo oltre passare di se stesso e come libera attività creatrice.

sabato 28 dicembre 2019

ARTHUR SCHOPENHAUER


La Vita

Schopenhauer nasce a Danzica nel 1788, da una  famiglia di commercianti e banchieri. Suo padre, muore suicida nel 1805, lasciandogli una sostanziosa eredità mentre sua madre, Johanna Henriette Trosiener coltiva la letteratura scrive romanzi e tiene a Weimar un importante salotto letterario, frequentato da poeti come Göethe e Wieland, che ebbero un certo influsso sul giovane Arthur. 

Nel 1809 s’iscrive alla facoltà di medicina dell’università di Gottinga, per passare presto, a quella di filosofia. La sua formazione filosofica fu influenzata dallo studio  di Platone e di Kant, che rimarranno, infatti,  al centro della sua riflessione.

A Berlino seguì le lezioni di Fichte e, si laureò a Jena con un saggio Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente, nel 1813. Schopenhauer fu di certo, un filosofo dal carattere difficile e palesemente critico nei confronti dei più diversi indirizzi teorici: lo storicismo hegeliano e l’idealismo fichtiano, la scuola di Schelling e quella di Herbart. 

Compie diversi viaggi in Italia, soggiornando a Venezia,  dove avrebbe dovuto sposare una una gentildonna veneziana, poi a Bologna, a Firenze, a Roma  e a Napoli. Torna in Germania, a causa di una crisi finanziaria che  colpisce la sua famiglia, e  pensa di dedicarsi alla carriera  accademica. Nel  settembre del 1860 a  Francoforte, in seguito ad una polmonite, Schopenhauer muore.



Il Pensiero
Schopenhauer considera Kant il pensatore decisivo dell’età moderna. L’elemento che Schopenhauer ama nel kantismo, fino a farne il punto di partenza della propria dottrina, è la distinzione tra fenomeno e noumenoKant considerava il fenomeno l’oggetto dell’esperienza sensibile e il noumeno/la cosa in sé, inconoscibile dall’intelletto umano. Schopenhauer estremizza  questa distinzione facendone un vero e proprio dualismo gnoseologico e ontologico.
Da una parte vi sono i fenomeni, che sono considerati come semplici apparenze, come volti superficiali delle cose, dall’altra c’è il noumeno considerato come quella dimensione sostanziale delle cose medesime, che sfugge alla conoscenza intellettuale.
Partendo da questa visione dualistica, il mondo e l’intera realtà è “rappresentazione e volontà”: i fenomeni sono l’apparenza, l’illusione, cioè il mondo della rappresentazione, dominato dal principio di causalità. La vera realtà noumenica è invece, celata  da un “velo di Maya”, è il mondo come volontà.
La volontà  per Schopenhauer è una forza irrazionale non rappresentabile ed irriducibile alla considerazione logico-scientifica, ed agisce nella natura e nell’uomo, determinando un' universale condizione di affanno e schiavitù nella lotta per l’esistenza. L’uomo può liberarsi da questa schiavitù soltanto annullando la propria volontà di vivere. Schopenhauer parla di “volonta” a cui l’uomo può aspirare, ovvero rinuncia alla propria individualità ed esigenze .
Sono tre le strade che l’uomo può scegliere di perseguire come vie di liberazione:
  • la contemplazione artistica
  • la moralità, specialmente la compassione
  • l’ascesi

Schopenhauer usa il termine volontà non nel senso di intenzione cosciente, volere razionale, ma al contrario, nel senso di impulso, energia, forza irrazionale, che non è diretto al conseguimento di qualche scopo razionalmente determinato; è inconscia, sottratta allo spazio ed al tempo, eterna ed infinita, senza causa e priva di scopo.
La volontà non obbedisce né alla  ragione, né alla morale, perciò la volontà di vivere è una forza cieca, un desiderio, che si mostra in forme  diverse fino al culmine dell’uomo, quando cioè giunge alla piena consapevolezza di se stessa.
La visione di Schopenhauer è fondamentalmente pessimista: se la volontà è per tutti gli uomini un continuo desiderio, un’ insaziabile ricerca, da questa incessante ricerca non può che derivare uno stato di continuo bisogno, una condizione di vuoto, che si manifesta come sofferenza e dolore.
Anche se l’uomo arriva ad appagare un suo desiderio, si tratterà sempre di un piacere momentaneo, perché altri e sempre nuovi desideri si faranno sentire.  L’appagamento, dice Schopenhauer, è come l’elemosina che “gettata al mendicante prolunga oggi la sua vita per continuare domani il suo tormento”.
L’uomo non ha vie d’uscita, “la sua vita oscilla come un pendolo, di qua e di là tra il dolore e la noia” perché la vita è “ una faticosa “battaglia per l’esistenza con la sola certezza della sconfitta finale.  Il tempo è un fluire inesorabilmente e  nel trascorrere consuma le cose. La vita è ” una morte rinviata e dove la morte deve vincere “.  Nonostante la sua visione pessimistica della realtà, Schopenhauer esclude il suicidio, perché esso non è una via di liberazione. perché l’uomo che si uccide nega la vita e non la volontà.

IL MONDO COME VOLONTA’ E RAPPRESENTAZIONE

Nel 1818 porta a termine la sua opera principale, che si intitolerà, Il mondo come volontà e rappresentazione (Die Welt als Wille und Vörstellung), che influenzerà il pensiero di Nietzsche e di Freud, ed è ritenuta una delle opere più importanti del romanticismo antidealistico. Nella prima parte della sua opera Schopenhauer esamina i caratteri del mondo in quanto rappresentazione e in una larga sezione è dedicata alla ricerca dei modi in cui l’uomo può liberarsi dalla volontà che freme dentro di lui.
Schopenhauer, riprendendo un principio della filosofia indiana, chiama il “Velo di Maja”, la realtà visibile. Il mondo non esiste se non come rappresentazione: non è il mondo in se ad avere un senso ed un significato, ma è l’uomo che cerca di interpretare  e dare un significato al mondo.
KARL MARX


Vita

Karl Marx è stato un famoso filosofouomo politicosociologo ma anche un economista, uno storico, un politologo e un giornalista di nazionalità tedesca. Al centro del suo pensiero c’è la critica al materialismo, concetto cardine dell’economia, della società e della cultura capitalistica che caratterizza il suo tempo. La sua opposizione al capitalismo e a tutto ciò che ne deriva è una delle chiavi fondamentali per la nascita delle ideologie socialiste e comuniste durante la seconda metà del XIX secolo. Marx è colui che ha dato vita alla corrente socioeconomica politica che prende il suo nome, il marxismo.
Per tutto questo Marx si è guadagnato il titolo di uno dei pensatori più influenti di sempre e sicuramente della storia dell’Ottocento in termini di filosofia, politica ed economia. 



Pensiero di Marx

Karl Marx ha operato in ambito filosofico, economico e politico producendo una serie di opere rilevanti per i secoli a venire e sviluppando un pensiero ben preciso che caratterizza la corrente del marxismo. Tra le varie peculiarità di questo pensiero è sicuramente da ricordare il cosiddetto materialismo storico: si tratta della concezione che l’uomo, pur essendo un essere pensante e spirituale, venga inevitabilmente condizionato dalla materialità della sua esistenza (mangiare, lavorare…). 
Da questo Marx deduce che sono la produzione e la riproduzione della vita materiale che permettono all’uomo di progredire sia a livello sociale che a livello intellettuale. Tutte le idee di Marx e i fondamenti del suo pensiero si basano sulla profonda convinzione di voler cambiare il mondo, non solo interpretarlo. 
Marx merita a pieno il titolo di padre del materialismo storico in quanto conia la definizione di “sovrastrutture” per tutte le attività umane che dipendono dalla “struttura” principale, l’economia, la quale a sua volta influenza politica, cultura e tutto ciò che è espressione della società umana.
Per quanto riguarda il pensiero sociologico di Marx, tutto si sostanzia nella lotta per il dominio economico sociale tra la classe dei servi e quella dei padroni, proletari e borghesi. 
borghesi, secondo Marx, sono coloro che detengono i mezzi di produzione e che ora sono la classe dominante. Il proletariato, secondo la natura delle cose, nel pensiero di Marx dovrebbe imporsi sulla borghesia instaurando una dittatura con lo scopo di generare una società senza classi. Questo è il comunismo di Marx.
Per quanto riguarda l’aspetto economico, Karl Marx analizza il capitalismo anche da un punto di vista scientifico (“socialismo scientifico”); dopo l’analisi di pluslavoro generato dal plusvalore, cioè il valore aggiunto che il lavoro del proletario produce, Karl Marx afferma che è colpa dei borghesi se sottraggono il plusvalore dalle mani di chi effettivamente lo produce volendo anche aumentare questo valore a discapito delle condizioni dei lavoratori.



giovedì 21 novembre 2019

Ludwig Feuerbach



Il filosofo Ludwig Andreas Feuerbach nasce il 28 luglio del 1804 a Landshut, nella Baviera tedesca; è il quarto figlio del famoso giurista e professore di diritto Paul Johann Ritter Von Feuerbach. La sua è una famiglia molto numerosa: Ludwig ha ben quattro fratelli e tre sorelle. Si iscrive all'Università di Heidelberg con l'intenzione di intraprendere la carriera ecclesiastica, ma il primo approccio con la filosofia hegeliana, favorito dal suo insegnante Carl Daub, lo influenza al punto da indurlo a recarsi a Berlino per intraprendere degli studi in ambito filosofico. A Berlino, infatti, teneva le sue lezioni Hegel in persona. La scelta di Ludwig non viene condivisa dal padre, a differenza della madre, Eva Wilhelmine Troster.

Dopo un semestre a Berlino, completa i suoi studi a Erlangen, dove è costretto a trasferirsi per motivi economici. Ad Erlangen si dedica allo studio della botanica, della fisiologia e delle scienze naturali. Invia la sua tesi di laurea anche ad Hegel, sperando nell'approvazione del suo maestro. Nella tesi sostiene il suo idealismo panteistico, e la sua visione di un mondo in cui la filosofia sostituisca la religione.

Inizia la sua carriera di professore universitario proprio a Erlangen, con corsi su Cartesio e Spinoza. La pubblicazione, però, nel 1830 del suo testo anonimo "Pensieri sulla morte e l'immortalità" gli provoca non pochi problemi. Il testo infatti sostiene che l'individuo sia pura apparenza, e che dunque la sua anima non possa ritenersi immortale. Dopo il sopraggiungere, cioè, della morte l'individuo viene ricompreso in una sorta di coscienza universale. Feuerbach giunge persino a definire l'idea di immortalità come una forma di puro egoismo individualeIl testo viene immediatamente considerato eversivo, quasi una forma di ribellione al sistema politico vigente. Una volta individuato come autore del testo incriminato, il futuro filosofo viene costretto ad interrompere il suo corso universitario anche perché si rifiuta di negare la paternità dello scritto.


Dio come proiezione umana

Applicando la medesima metodologia materialistica alla religione, ne deriva che non è Dio (l’astratto) a creare l’uomo (il concreto), ma l’uomo a creare Dio. Dio per Feuerbach si configura come la proiezione illusoria di quelle che l’uomo ritiene le buone qualità della sua specie: ragione, volontà, cuore. La religione è alienazione: l’uomo proietta fuori di sé una potenza superiore, Dio, alla quale si sottomette, anche nei modi più umilianti e crudeli (si pensi ai sacrifici dei vari rituali).

Ateismo come dovere morale

Ecco che l’ateismo diventa un dovere morale: significa recuperare in sé i predicati positivi che ha proiettato fuori di sé, in Dio, che altro non è che l’essenza stessa dell’uomo. In questo senso, la religione favorisce la presa di coscienza da parte dell’uomo di se stesso: conoscere Dio significa conoscere l’uomo, la teologia diventa antropologia. La religione è definita infanzia dell’umanità, perché è il primo passo attraverso cui l’uomo conosce se stesso.

La nascita dell’idea di Dio nell’uomo

In merito alla nascita dell’idea di Dio nell’uomo, Feuerbach propone varie ipotesi:
  • Dio come personificazione immaginaria delle qualità della specie: mentre l’uomo avverte se stesso come debole e fragile, percepisce l’uomo in quanto specie onnipotente.
  • Dio come divinità in cui tutti i desideri sono realizzati: il volere dell’uomo è infinito, il potere finito, in Dio volere e potere coincidono. Tant’è che – nota Feuerbach – il dio dei Greci era limitato, perché limitati erano i desideri dei Greci, quello dei cristiani è illimitato, perché illimitato è il desiderio dei cristiani.
  • Dio come luce, aria, acqua, terra: elementi senza i quali l’uomo non potrebbe vivere.
L’idealismo di Hegel in quest’ottica diventa una teologia mascherata: lo Spirito altro non è che astrazione alienante.

Feuerbach e l’umanismo naturalistico

Da questa critica alla religione e all’hegelismo, la volontà di Feuerbach è di costruire una nuova filosofia dell’avvenire, che prende la forma di un umanismo naturalisticoumanismo, perché fa dell’uomo l’oggetto e lo scopo del discorsonaturalistico, perché fa della natura la realtà primaria da cui tutto proviene e a cui tutto torna – natura che in Hegel aveva la sola funzione di antitesi.
Altro punto chiave di questo umanismo è il rifiuto di considerare l’individuo come astratta spiritualità o razionalità: l’uomo è un essere di carne e di sangue, condizionato dal corpo e dalla sensibilità e l’amore è ciò che permette all’uomo di aprirsi verso l’altro, una passione fondamentale che fa tutt’uno con la vita.

Feuerbach: l’uomo è ciò che mangia

Il materialismo di Feuerbach può essere sintetizzato dall’espressione l’uomo è ciò che mangia: Feuerbach fa leva sull’unità psicofisica dell’individuo e sul fatto che, se si vogliono migliorare le condizioni spirituali di un popolo, bisogna innanzitutto migliorarne le condizioni materiali, a cominciare dall’alimentazione:
Feuerbach pone indirettamente l’accento anche sul problema del lavoro, fonte prioritaria di guadagno e, quindi, di sostentamento. Sarà poi Karl Marx a compiere un ulteriore passo in avanti in questa direzione, individuando lo stretto rapporto di reciproca implicazione che lega i bisogni naturali degli esseri umani con il procedere della storia: il punto di partenza, questo, del materialismo marxista.